Letture di gusto: link alla pagina delle attività, eventi e news Letture di gusto: link alla pagina dei libri, arte e musica Letture di gusto: link alla pagina del territorio Letture di gusto: link alla pagina della canapa sativa Letture di gusto: link alla pagina della mozzarella campana dop Letture di gusto: link alla pagina dei prodotti tipici Letture di gusto: link alla pagina delle tradizioni, usi e costumi
Letture di gusto: logo
Letture di gusto: prodotti tipici la pizza figliata
 

Una pizza figliata per l’Immacolata Vergine Maria

E’ uno dei simboli di Pignataro Maggiore e dell’intero agro Caleno, ma soprattutto è un prodotto ricco e originale che si intreccia con le arcaiche tradizione del sud Italia: il “dolce dell’Immacolata” è una delicata pasta sfoglia arrotolata a forma di spirale o serpentone riempita di noci sminuzzate, miele, cannella che viene irrorata con abbondanti strati di miele fino al giorno di Natale. Ma non è semplicemente un cibo. A “Pizza cu a noc'” come tutti i dolci è un simbolo festivo e inizialmente nasce come offerta rituale alla divinità – con significato augurale e propiziatorio.
Durante le feste, infatti, si esce dal tempo profano e si entra nel tempo del sacro, in cui si ricorda e commemora quello che ha importanza per una comunità e quindi ciò che dà senso all’esistenza. Nel contesto festivo il cibo è importantissimo, tanto da essere il nucleo intorno al quale la festa si struttura; ne è la prova la celebrazione, che si restringe proprio alla consumazione di un alimento rituale. La pizza figliata – con la sottile sfoglia di uova, farina, zucchero, vino, sulla quale si versa questo impasto di noci e di miele – nel periodo natalizio riveste per le famiglie calene un alto senso sociale, rappresenta l’appartenenza che è insieme comunitaria e familiare. Lo scambio dei dolci tra le famiglie sancisce il consenso e l’unione della comunità. La pazienza con cui le massaie arrotolano il tutto per formare una sorta di nodo o “serpentone” rappresenta il momento più alto e sacrale delle operatrici. Essa è patrimonio di qualsiasi famiglia locale, nonostante i tentativi bislacchi di creare delle élite culinarie all’interno della comunità che ne attesterebbero la primogenitura. La preparazione e la composizione del dolce, sapientemente trasmesse da madre in figlia per generazioni, ne assicura la trasmissione da centinaia di anni. L’ultimo atto della cottura del dolce dell’Immacolata, in un forno rigorosamente a legna, rappresenta il momento più magico: “‘A pizza figliata” – cosi la sua denominazione, con variante di “Pizza cu a noc'” o “Zeppola cu’ ‘a noc‘” – assume il nome di “serpentone” e in altre regioni è un dolce rituale devozionale che simboleggia la fecondità. Al giorno dell’Immacolata il mondo contadino vi assegnava – e assegna tuttora – un alto valore simbolico e di devozione: come i nove giorni della durata della novena richiamano i nove mesi della gravidanza di Maria, così gravida e piena si presenta la “pizza dolce” di miele, noci e cannella, che viene preparata in onore della Madonna nella giornata dell’8 dicembre, giorno del suo concepimento. Dopo sfornata la pizza figliata verrà irrorata sapientemente e continuamente con abbondanti strati di miele fino al giorno della nascita del Salvatore. Soltanto allora si compirà il mistero.
La pizza diventerà “figliata” perché arriverà alla sua maturazione con il miele e diventerà morbida. Aprendosi, sarà possibile gustare con le mani i morbidi granelli di noci e miele che fuoriescono dal dolce. Solo allora, nel giorno della nascita del Salvatore e non prima, può essere consumata.Non sfugga che nell’antichità la noce è il simbolo stesso di fertilità e di fecondità e nella tradizione i contadini usavano piantare alberi di noci ogniqualvolta nasceva una figlia femmina in segno di buon auspicio e prosperità. La pizza, il cui etimo secondo alcuni studiosi deriverebbe da picea (placenta) come calco del geco antico p?tta, in alcune aree indica focacce o anche torte lievitate sia dolci che salate. La pizza dolce o salata offerta alla divinità (Immacolata Vergine Maria) sia legata alla gravidanza è una ipotesi  sostenuta da un comportamento popolare Abruzzese. Era usanza in Abruzzo preparare nei giorni seguenti il Natale pani in forma della placenta della madonna: le persone se ne facevano dono reciproco con il pretesto di rendere onore alla placenta dell’Immacolata Vergine Maria.
L’usanza fu pure osteggiata dalla Chiesa: nel 692 si proibisce con il canone 79 del Concilio Quinisesto Trullano. D’altra parte sono tanti i dolci e i salati che tradizionalmente si consumano alla vigilia dell’8 dicembre: si pensi al rito della preparazione della ficcilatidd’  o “tarallo dell’Immacolata”, una grossa ciambella biscottata che si prepara nelle case della Città dei Sassi. Il termine pare alludere probabilmente alla cesta, (forse “sportula” cesto ricco di doni simbolo di fertilità) in cui venivano poste le pagnotte in passato. Nel Salento, invece, alla vigilia dell’Immacolata c’è l’antica usanza di praticare il digiuno, si mangia solo la puccia (che è un pane morbido con una crosta croccante e si farcisce con il tonno e i capperi). Le stesse pucce pugliesi si preparano ogni anno per l’Immacolata. E ancora, nel Messinese troviamo la nipitiddata, un dolce squisito le cui radici affondano nella notte dei tempi. Si tratta di un impasto di fichi secchi tritati, gherigli di noce spezzettati, cioccolato a scaglie, mandorle tostate e tritate, uva passa, cannella, chiodo di garofano tritato, marmellata e buccia arancia secca tritata. Da tempo immemore è tradizione assaporare la nipitiddata proprio il giorno dell’8 dicembre. Sebastiana Papa nel suo libro “La cucina dei monasteri” riporta una lettera delle clarisse di Falerone, nelle Marche, parla di una ricetta di “Serpe di Natale” tipica della festa dell’Immacolata: sappiamo bene che l’immagine dell’Immacolata è quella della Madonna che schiaccia la testa al serpente tentatore, origine del peccato. Del serpente, animale da sempre al centro del simbolismo delle antiche civiltà come simbolo sia positivo (rinascita, rinnovamento).
La religione cristiana ne ha fatto invece un simbolo negativo, rappresentando il male, il peccato e in generale il diavolo tentatore. Secondo autorevoli fonti, le Nacatole  la culla di Gesù bambino sono dolci bizantini natalizi , il cui nome deriva da Naca, che sta per culla (simbolo di nascita), perché la forma ricorda la culla di Gesù bambino. Vito Teti ci informa che le Nacatole sono consumate anche in alcuni pranzi rituali, e fuori dal Natale o Capodanno. Nello specifico in occasione delle celebrazioni dell’Immacolata a Marina di Nicotera, in provincia di Vibo Valentia. Come si può notare, nonostante le tante proibizioni operate nei secoli nel tentativo di “ripulire” la mentalità popolare, residui di queste antiche ritualità resistono e si celano ancora in antiche usanze e pratiche non sempre facilmente riconoscibili.

Letture di gusto: prodotti tipici la pizza figliata
 
Letture di gusto: link alla pagina delle attività, eventi e news Letture di gusto: link alla pagina dei libri, arte e musica Letture di gusto: link alla pagina del territorio Letture di gusto: link alla pagina della canapa sativa Letture di gusto: link alla pagina della mozzarella campana dop Letture di gusto: link alla pagina dei prodotti tipici Letture di gusto: link alla pagina delle tradizioni, usi e costumi
Letture di gusto: banner Letture di gusto